feb 162012
 
Numero visite :1755

“Il Carnevale di Roma non è precisamente una festa che si offre al popolo, ma una festa che il popolo offre a sé stesso” (Goethe)

Con queste parole Goethe definisce la particolarità dei festeggiamenti del carnevale romano, che colpiva sempre molto profondamente tutti gli stranieri che assistevano a questi giorni di follia, anche da semplici spettatori, cogliendo appieno il carattere più speciale di questa festa caratterizzata da una fortissima partecipazione popolare.
Il Carnevale era un evento molto atteso: era il tempo della festa, dello spettacolo, del teatro, ma soprattutto del sovvertimento dell’ordine sociale; era il tempo in cui ci si poteva dimenticare della miseria e della crudeltà della vita e ci si poteva prendere gioco di tutto e tutti. Migliaia di persone dalle più svariate estrazioni sociali si mescolavano indistintamente per le strade dando vita a quella trasgressione carnevalesca che ogni anno bandi e avvisi papali tentavano di regimentare.
Fino alla metà del quattrocento circa i festeggiamenti si svolgevano sul Monte Testaccio, considerato secondo un’antica leggenda, il luogo originario della città.

Carnevale al Corso - Ippolito Caffi (Ippolito Caffi, Carnevale al Corso)

Fu Papa Paolo II, nel 1466, a trasferire il carnevale dai prati di Testaccio alla Via Lata (che poi si chiamerà del Corso proprio a causa di uno degli eventi del Carnevale) che rimarrà fino alla metà dell’Ottocento il luogo centrale del carnevale romano.
I festeggiamenti del Carnevale si concentravano nella settimana precedente l’inizio della quaresima e avevano un cerimoniale preciso e ben scandito da eventi e feste spontanee ma che seguivano un ordine fisso.
L’inizio era dato dal corteo ufficiale delle autorità e delle maschere lungo la via Lata, trasformando di fatto la strada in un teatro all’aperto che permetteva di ammirare teatrini improvvisati e maschere tradizionali ma anche ispirate alla vita quotidiana.
Nei giorni successivi si svolgeva l’attesissima corsa dei berberi, cavalli di origine nord africana, che venivano lanciati in corsa sfrenata da Piazza del Popolo fino a Piazza Venezia.

La partenza dei Berberi - Pietro Sacci (Pietro Sacci, La partenza dei Berberi)

A causa di questa corsa la via Lata cambierà nome e diventerà Via del Corso. Per l’occasione venivano realizzati lungo la strada palchi e tribune, riccamente addobbate, mentre balconi e finestre venivano affittate a chi volesse godere di questo spettacolo.
A partire dal Settecento compare la tradizione dei “moccoletti”, destinata a sancire la fine del carnevale e l’inizio della quaresima. Il martedì grasso infatti ciascuno si muniva di un “moccolo”, ovvero una candela racchiusa in un paralume di carta, e doveva cercare di spegnere quello degli altri. Chi rimaneva senza moccolo era sottoposto ad ingiurie di ogni tipo, a cui non poteva reagire e spesso i festeggiamenti finivano in rissa.

I moccoletti - Ippolito Caffi (Ippolito Caffi, I moccoletti)

Le autorità papali cercarono ben presto di stabilire un preciso orario per la fine dei festeggiamenti del carnevale anche a causa della presenza, il mercoledì delle ceneri, di persone ubriache e malconce che affollavano le chiese.
Il Carnevale a Roma perse il suo spirito dopo il 1870. Cominciarono a scomparire le tradizioni che avevano reso unico questo spettacolo e nel 1882 venne definitivamente abolita la corsa dei cavalli berberi, fino ad allora vero e proprio simbolo dei festeggiamenti carnevaleschi.
In questi giorni pubblicheremo alcuni brani tratti dal Viaggio in Italia di Johann Wolfang Goethe.
Attraverso il suo racconto sarà possibile rivivere le giornate del carnevale del 1788.

A cura di Roma Sparita

pixelstats trackingpixel

Commenta il post :-)

commenta con Facebook oppure, sotto la descrizione Autore Post, con il modulo Wordpress

Ilari

Comunque perchè Ilari. So' fjia de mamma de NYC (New York) e papi è Trasteverino de sette generazioni ... alloggiamo nell'antica Piazza Parione, mo' Piazza de Pasquino ... ve dice gnente 'sto nome??? Mi madre quando nacqui me volle chiamà Hilary come mi' zia (nun è la madre de Nenet che è friulana) ma a mi' padre l'idea che quanno me doveva da chiamà c'era sta H che je faceva partì 'no spuitacchio ogni vorta nun j'annava ggiù! Poi 'n giorno mentre leggeva 'n libbro de poesie der Carducci je capitò sott'acchio 'n verso de "Il canto dell'amore" e precisamente: "Da le vie, da le piazze gloriose, Ove, come del maggio ilare a i dì Boschi di querce e cespiti di rose, La libera de' padri arte fiorì;" e fu comme illuminato!!! c'era scritto ILARE, sicuramente ar maschile, che ar femminile diventava ILARI!!!! Tutto contento, così me poteva chiamà senza sputacchi!!! Andò all'Anagrafe e me registrò. Poi 'n seguito qualcuno je spiegò er significato de quell'ILARE che in realtà era 'n aggettivo e no un mome, ma lui rispose "si si ma co sta fjia che ride sempre c'ho preso uguale!!". Sò una tipa 'n pò stravagante e me piace mascheramme, anche se non è Carnevale ... vestitimme come li Musici der Settecento ma vado a giornate ... c' esco pure così tanto ormai qui nessuno ce fà più caso ...

  One Response to “Er Carnevale Romano (parte I)”

 Leave a Reply

(required)

(required)


*

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>